La paura come autodifesa, come strumento individuale e collettivo efficace in cui il “mondo di fuori” scompare.
Rifletto di quanto la paura condizioni la vita. Forse perché la paura è direttamente legata al mistero della morte e quindi, impossibile da spiegare. Una paura diretta, che può agire come ci insegna il Taoismo, in tutte le direzioni fino a che non si allenta la tensione automatica del mondo duale, quello che accosta il soggetto all’oggetto e viceversa.
La paura mi appare simile ad un vuoto incosciente, che sollecita i legami primordiali e li proietta come una forza di caduta, verso il reale e l’azione. La paura crea ma distruggendo, o in una certa fase, inducendo il vuoto, il degrado e l’annullamento dell’altrove. La paura è una forma di morte in vita, e l’odio il suo fluido linfatico. Da essa nascono i conflitti e gli accordi, poiché nel vuoto coesistono scontro e incontro.
In quale contesto mi muovo? Di paura o di amore?
La paura può essere uno strumento creativo, diventare un motore per altre forme di carburante vitale: essere un gancio proattivo verso ciò che la genera, un antidoto di se stessa.
La paura è il contrario della cura. Come cantava Battiato: “Tutto l’Universo obbedisce all’Amore”.

